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giovedì 27 ottobre 2011

Recensione: Voodoo #1 (The New 52)

Revisione completa per Voodoo, alias Priscilla Kitaen, ex membro dei WildCats di Jim Lee e ormai da tempo, dopo l'acquisizione definitiva della linea Wildstorm, inglobata in DC Comics.

La danza è sempre stato un aspetto centrale nella caratterizzazione di Priscilla. Già la prima vignetta in cui la ragazza compare, nel lontano 1992, ce la mostrava esibirsi sul palco di un locale di lap dance o qualcosa di simile. La scena suggeriva più che mostrare esplicitamente, perché per quanto i vecchi albi Image Comics non fossero strettamente vincolati al codice di autocensura, si adeguavano in larga parte alla pudicizia prevalente nel mercato.

Pudicizie che ora non esistono più, per fortuna e purtroppo: è fantastico cominciare a leggere la prima uscita di una nuova serie di fumetti e scoprire invece che si sta leggendo un feticcio di Playboy. Almeno là ci sono foto e non disegni. Come lettore c'è da sentirsi un pochetto gabbati.

A livello puramente estetico le modifiche apportate alla esotica danzatrice sono una maggiore accentuazione delle sue origini etiche (colorazione della pelle inequivocabilmente ispanica) e la scomparsa dei tatuaggi.

Peeerché ce l'avete richieeeestaaa!!!
A livello meno esteriore Priscilla Kitaen continua a portare dentro di sé qualcosa di mostruoso. In passato si trattava di sangue (o DNA) Daemonita, antica razza a metà fra l'alieno e il sovrannaturale. Ora pare trattarsi di un qualcosa di completamente diverso, risultato della contaminazione con una sostanza derivata da un esperimento militare.

Il numero non ha una vera e propria trama e si limita a fornire qualche informazione di base, al momento abbastanza lacunosa. Fra una esibizione di Priscilla sul palco di un locale di strip tease (5 pagine), dialoghi che dovrebbero caratterizzare il personaggio ma in verità servono più che altro a mostrarci i camerini delle strippers (3 pagine) e infine un'altra esibizione di strip in privato (4 pagine), la lettura viene conclusa senza ottenere indizi su dove si voglia andare a parare.

Questa tipa tosta è sulle tracce di Priscilla
In due parole la non-trama è questa: una coppia di agenti (un uomo e una donna), che lavorano per una qualche organizzazione, tengono d'occhio Priscilla e sembrano sapere molte cose su di lei.

L'uomo però fa una brutta fine quando, durante lo strip privato, comincia a sciorinare troppe domande sul passato della ragazza, provocando il lei la trasformazione in un essere mostruoso.

Per ora sembra insomma che si giochi su nulla più che il classico schema Dr Jekyll / Mr Hyde e al più su una caccia all'uomo (anzi, alla donna, dato che Priscilla è infine costretta a dileguarsi).

Lo stile di disegno di Sami Basri è fotografico e non troppo stucchevole: anatomie proporzionate e armoniose, discreta capacità di resa nelle poche scene dinamiche che qui compaiono, linee morbide e sottili, nessu tratteggio o campitura di nero interna. Con l'aggiunta di effetti di luce piacevoli e colori molto uniformi e altrettanto piacevoli.

Tutte scelte che rendono bene l'effetto patinato ma che lasciano affamati di qualcosa di più sostanzioso. Più precisamente è difficile immaginare come questo stile potrà essere realmente efficace per raccontare null'altro che le scene di stripping.

Come proseguirà la serie? Lo strip è stato già fatto, e ora cosa resta? Lo sceneggiatore Ron Marz avrà in mente qualcosa (conoscendo i suoi trascorsi, però, ne dubito) ma al lettore non ha rivelato, e neanche suggerito, ancora nulla.


mercoledì 26 ottobre 2011

Recensione: BlackHawks #1 (The New 52)

Durante la seconda guerra mondiale, i comics hanno svolto nella cultura popolare Usa un ruolo di primissimo piano. Cavalcavando gli interessi del pubblico per il semplice fatto di dover vendere, come è normale che sia sempre, riuscivano ad agganciarsi al patriottismo spicciolo della gente fino a diventare (più o meno volontariamente) anche strumenti di propaganda bellica.

Lo squadrone di piloti Blackhawk è stato creato nel 1941 nientemeno che da Will Eisner per la Quality Comics, una casa fumettistica successivamente acquisita da DC Comics. Il titolo all'epoca era così popolare da conquistarsi anche gli onori di un radiodramma.

Nel 1987 una nuova brillante versione per gli eroici Blackhawks (nome collettivo dei piloti dello squadrone) è stata gestita da un altro grande del fumetto americano: Howard Chaykin. L'ambientazione era ancora quella della seconda guerra mondiale, e un riuscitissimo gusto retrò costituiva il punto di forza della serie.

Perché recuperare i Blackhaws? La ragione è sempre quella della diversificazione massima di proposte che DC Comics sta tentando in questo rilancio.

Ovvio però che non è più tempo per raccontare le imprese di piloti immersi in un mondo bellico che risale a settanta anni fa. Meglio convertirlo in titolo tutta azione, centrato su dei ben più malleabili soldati di cartapesta. Solo così si può mantenere ancora ben premuto il piede sull'accelleratore dell'eroismo esasperato.

Più che soldati, quindi, per la serie servivano dei soldatini. E i G.I.Joe rappresentano il modello ideale a cui ispirarsi, col vantaggio che rispetto a tanti altri marchi analoghi essi godono già da anni di numerosi adattamenti a fumetti, con licenze che migrano da casa in casa (Marvel, Image, Devil's Due Publishing, IDW Publishing).

Gli schemi cui ispirarsi e già ampiamente collaudati non mancano di certo, e meglio ancora se nell'operazione Blackhawks si imbarca anche lo sceneggiatore Mike Costa, che ha già lavorato sull'ultima serie dei G.I.Joe fumettistici.

In Blackhawks #1, però, si respira un'aria leggermente migliore rispetto a quello che potrebbe essere un semplice clone dei G.I.Joe. Si tratta pur sempre di una serie immersa nel DC Universe, con tutti i vantaggi che ne possono derivare. Per ora non si fa molto riferimento esplicito ad aggiunte supereroistiche, ma tutto fa presumere che questi elementi di contorno potrebbero essere stabilmente sfruttati in futuro. 

Se azione deve essere, azione sia! L'albo entra subito nel vivo di una spettacolare sequenza disegnata da Graham Nolan e centrata sull'agente Kunoichi (ogni soldatino che si rispetti lo conosciamo solo ed esclusivamente con il suo nome di battaglia). Donna e combattente tenace, ma non per questo meno femminile, Kunoichi si trova a essere infettata da alcuni dispositivi nanotecnologici mentre svolge di una missione per conto delle Nazioni Unite.  

Nel resto dell'albo viene preparata la trama a lungo termine, che presumibilmente ruoterà attorno alla progressiva trasformazione della donna in un supersoldato nanopotenziato. Altri elementi inframmezzati a questo plot sono funzionali alla presentazione dei numerosi componenti della squadra militare, e a quella degli antagonisti (i soliti terroristi hi-tech altrettanto dotati di nanotecnologia).

Funziona tutto benissimo in questo fanta-action militare, ma la premessa naturalmente è quella che è. L'arte di Graham Nolan è in buon equilibrio fra una non pedante costruzione della tavola, un tratto sicuramente dotato e accattivante e il ripudio di sofisticazioni eccessive che potrebbero rendere il titolo poco digeribile al suo pubblico potenziale. 

Da leggere, se è il vostro genere. E da dimenticare subito dopo.


Recensione: I, Vampire #1 (The New 52)

Sulla falsariga di I, Robot, il titolo I, Vampire riecheggia lo stesso intento. Il suggerimento subliminale che si lancia al lettore è che questa sarà la serie ultima per ridefinire la figura del vampiro nei comics.

Ovviamente così non è, perché realizzare una tale ambizione è fuori dalla portata di qualsiasi intelletto. Non c'è alcuna variazione sul tema in fatto di vampiri che non si sia già vista centinaia di volte altrove. Ma c'è da ammettere che il titolo è geniale, di certo in grado di catturare immediata attenzione.

Andrew Bennett viene ripescato dalle pagine di House of Mystery, vecchia collana horror della DC Comics, nella quale J.M. DeMatteis e Tom Sutton proposero il personaggio per la prima volta e senza molto successo.

L'idea di base non ha nulla di originale: Andrew è il vampiro "buono", quello che pur non essendo più umano si batte perché l'umanità non soccomba di fronte all'aggressione vampiresca. Mary è la sua ex, e lei nella condizione di vampiro ci sta così bene che ha ingaggiato una vera e propria guerra santa (ops!) contro gli umani.

Mary
Vampiri "buoni" contro quelli "cattivi" come metafora psicologica delle dinamiche oppressive che si creano fra popoli o razze, quindi. Detta così suscita uno sbadiglio e basta. Senonché I, Vampire #1 è davvero tutto da leggere per poter valutare appieno. Semplicemente eccelso, e molto promettente per il seguito della serie.

C'è il merito della parte grafica anzitutto. Di albi ben disegnati ce ne sono tanti altri, ma il lavoro di Andrea Sorrentino ha davvero una marcia in più: umorale e d'atmosfera, in grado di mescolare con disinvoltura atmosfere noir, splatter, filosofiche e intimiste, e a proprio agio con la resa sia di paesaggi naturali che urbani.

Tavole che riescono ad avvolgere il lettore con una atmosfera onirica e magica, zeppe di vampiri che tutt'altro che archetipi ormai logorati, in queste pagine prendono realmente vita.

Lo script di Jousha Hale Fialkon è altrettanto virtuoso. Andrew non è un idealista illuso. Sa bene di combattere una guerra che alla lunga dovrà perdere, e il suo animo è schiacciato da sensi di colpa che pesano come una pietra tombale. Ma non può fare altro che agire compulsivamente così.

Per contrasto, il pezzo forte della caratterizzazione sta nella carica magnetica che Mary sembra sprizzare fuori da ogni pagina, nonostante l'assenza di espedienti sensazionalistici per ricercare questo effetto.

Schermaglie sentimentali
Con le sue parole Mary irretisce Andrew, facendo leva sui suoi rimorsi per tentare di portarlo dalla propria parte. Un continuo gioco sottigliezze psicologiche, allusioni e simbolismi, che restituisce perfettamente quella sensualità che è la vera ragione del fascino del vampiro.

La struttura della narrazione può spiazzare all'inizio, poiché si svolge metà nel presente e metà in un flashback per illustrare i rapporti fra i due ex amanti. Inoltre è da valutare quanto fiato possa avere, sul lungo termine, la corsa di un titolo come questo. Nel numero di esordio tutto è ben calibrato, ma ovviamente bisognerà attendere le succesive evoluzioni per capire se con questi elementi di base si potrà giocare a lungo.

Caratterizzazioni eccellenti, interazioni credibili fra i personaggi, dialoghi magnetici, ottima struttura dello script e arte fantastica. Che cosa chiedere di più?


martedì 25 ottobre 2011

Recensione: Red Hood and the Outlaws #1 (The New 52)

Per cominciare l'unica nota positiva dell'albo: Kenneth Rocafort ha un tratto brillante e una inventiva inesauribile nella costruzione, anzi nella decostruzione, delle tavole. Roba che sembra di vedere Whilce Portacio, Mark Silvestri e Rick Leonardi fusi in un unico disegnatore. Per un titolo tutta azione, versione moderna delle scorribande western, Rocafort è l'unica cosa che funziona.

Per Red Hood and the Outlaws #1 viene costruito un team con tre personaggi che più disomogenei di così non si può. Le logiche con cui sono stati scelti sfuggono alle possibilità di comprensione, per spostarsi nell'area delle cose che "voi umani non potreste mai immaginare".

Il titolare principale della serie (Red Hood) è quel Jason Todd che fu il secondo Robin, defunto molto tempo fa per mano del Joker ma poi riportato in vita (non del tutto sano di mente) grazie alla rigenerante Pozza di Lazzaro di Ra's al Ghul.

Red Hood e Arsenal
Poi abbiano Roy Harper alias Arsenal, ex pupillo di Green Arrrow e in sostanza sua versione alternativa meno rigorosamente rispettosa di un proprio codice morale interno. Harper è ancora abbastanza scanzonato ma leggermente meno enfant terrible che nel passato.

E infine Starfire, principessa aliena del pianeta Tamaran, che qui viene riportata - con qualche ammiccamento puerile - alla versione ingenua a oltranza degli anni '80. O almeno questo è quel che molto maldestramente si prova a fare.

Prima parte dell'albo: sparatoria contro non si sa bene chi e perché (Todd libera un Harper tenuto prigioniero da alcuni arabi).

Starfire
Seconda parte dell'albo: balbettii di varia natura scambiati fra i personaggi e la presa in carico di una nuova missione commissionata da una donna misteriosa di nome Essence.

Nessuna convincente caratterizzazione dei singoli membri del gruppo e nessuna spiegazione su quale sia la colla che tiene in piedi il gruppo stesso, a parte il fatto che Starfire si concede sessualmente a entrambi i suoi compagni (anche se si osa mostrarlo chiaramente solo in uno dei due casi). 

Quest'ultimo dettaglio ha sollevato fiumi di polemiche indignate fra i lettori e obbligato DC a formulare risposte ufficiali altrettanto vuote. Ma a fronte di così poca sostanza narrativa messa in piedi da Scott Lobdell, tutto in Red Hood and the Outlaws #1 (e non solo il capitolo Starfire) sembra essere parte di una provocazione cercata e voluta.

La speranza, forse, era quella di fomentare gossip attorno a un titolo che per ora non ha nulla da offrire e che sembra assemblato a casaccio come mero tentativo di mettere in piedi una pessima serie in stile Image Comics della prima ora.

Se questo era lo scopo, il titolo è perfettamente riuscito.

DC Comics Reboot: The New 52 - tutte le recensioni

Recensione: The Fury of Firestorm #1 (The New 52)

Le ragioni editoriali delle scelte compiute per il rilancio DC Comics su molte testate sono immediatamente comprensibili. Per altre invece bisognerebbe essere nella testa di Dan DiDio e Jim Lee (o almeno avere una visibilità precisa dei dati di vendita pregressi) per sperare di decodificarle.

Firestorm The Nuclear Man - ennesino supereroe generato da un incidente atomico - non si può certo considerare il personaggio più gettonato della casa, ma ha svolto ruoli chiave nelle saghe Blackest Night e Brightest Day, entrambe specificatamente dichiarate come ancora valide dopo il reboot del DC Universe (salvo poi che a leggere alcuni albi del reboot c'è da dubitarne).

Inoltre, secondo un sondaggio compiuto dalla rivista Wizard anni fa, i lettori americani considerano Firestorm il nono personaggio più potente dei comics di tutti i tempi, dove con potente si intende proprio riferirsi alla "potenza bruta" dei suoi poteri. Per le logiche quasi puerili di approcio dei lettori americani ai fumetti, questo è un fatto che semplicemente non può essere ignorato.

Firestorm viene quindi ripreso anche nel rilancio, ma era lecito attendersi che nulla venisse buttato via del faticoso lavoro svolto (per oltre un anno) da Geoff Johns al fine di raccontarci il ritorno di Ronnie Raymond dalla morte e la sua fusione con Jason Rusch in un Firestorm tutto nuovo.

Invece no, si azzera di nuovo tutto. Non c'è mai stato un Firestorm prima nell'universo DC, e The Fury of Firestorm #1 è ancora una volta un racconto di genesi del personaggio.

Il plot di più lunga gittata è opera di Ethan Van Sciver e Gail Simone, ma ai testi c'è la sola Gail Simone. Nonostante la buona reputazione della sceneggiatrice, dall'abo d'esordio non si riesce a dedurre nulla su cosa si abbia intenzione di fare con Firestorm.

La genesi del supereroe occupa buona parte del numero, con l'effetto ben poco drammatico (direi quasi patetico) generato dal vedere i due liceali Ronnie Raymond e Jason Rusch fondersi per trasformarsi nell'uomo nucleare mentre sono impegnati in un'accesa discussione davanti agli armadietti scolastici.

Quella che era la peculiarità di Firestorm (l'essere guidato da due diverse volontà in disaccordo su tutto) viene accentuata fino a livelli piuttosto irritanti. Nei battibecchi fra Raymond e Rush la novità è che stavolta si sta calcando molto la mano sulle tensioni a sfondo razziale (Raymond è nero, Rush è bianco). Spunto potenzialemnte interessante, ma allo stato attuale i loro ligiti risultano soltanto puerili.

Raymond e Rush qui sono ancora separati
ma si fonderanno in... qualcosa!
La prima parte dell'albo invece ci mostra un gruppo di spietati terroristi alla ricerca delle (ridicole) bottigliette nucleari che sono alla base della stessa genesi di Firestorm, con condimento di una scena noir di crudeltà semplicemente tremenda (vero marchio di fabbrica di Simone).

A lettura conclusa, la fiducia a Gail Simone andrebbe concessa solo sulla parola. Quest'esordio è davvero penoso e le caratterizzazioni,  a esser buoni, sono molto abbozzate e incerte.

I disegni di Yildiray Cindar sono ordinari, senza guizzi artistici particolari, capaci di moderato vigore solo nelle scene d'azione. Probabilmente non è neanche completamente colpa sua, dato che la colorazione di Steve Buccellato tende a impastare un po' tutto, colori e chine, nel tentativo maldestro di inseguire un effetto pastellato.

Forse bisognerebbe essere un adolescente per godersi questo The Fury of Firestorm #1. O almeno essere quel modello teorico di adolescente a cui Gail Simone e i suoi dirigenti pensano che i loro lettori dovrebbero conformarsi.


lunedì 24 ottobre 2011

Recensione: The Savage Hawkman #1 (The New 52)

Questo è uno di quei casi in cui si può capire molto di una serie dalla copertina del suo primo numero. E cosa c'è sulla copertina di The Savage Hawkman #1?

C'è uno spettacolare Hawkman meravigliosamente decorato dall'arte di Philip Tan e dalla colorazione ed effetti di luce di Sunny Gho, dotato di un aspetto realmente selvaggio (come promette il titolo della testata) e poi... e poi non c'è più niente. Sfondo bianco.

Nessuna informazione su cosa si abbia intenzione di costruire attorno a Hawkman, nessuna indicazione su quale dei trascorsi retroterra mitologici si intenda adottare (L'antico Egitto? Il bellicoso pianeta Thanagar? Qualcosa di completamente nuovo?), nessun elemento che suggerisca chi sia l'uomo che indossa le ali di metallo "Nth".

Precisamente, l'uomo è di nuovo di Carter Hall, storicamente il primissimo alter ego di Hawkman. Ma è solo un nome, non un personaggio.

Contro i Doppelgangers dell'alieno
(per non farsi mancare nulla).
Il vuoto spinto della bellissima copertina riecheggia in ogni pagina dell'albo. A giudicare da quest'esordio la serie avrà un unico scopo e un unico tema: riconsegnare al nuovo universo DC l'icona Hawkman, con l'unica novità che le ali non sono più montate sul petto per mezzo di una bardatura. Ora spuntano a comando direttamente dal corpo (e altrettanto fa il resto dell'armamentario) senza che Carter sia costretto a indossare nulla.

Questo aspetto, assieme all'aggettivo savage che da sempre etichetta il personaggio, fa pensare che l'idea di base del reboot si limiterà a fornirci una versione Wolverine-style dell'uomo-falco, con una svolta verso l'involontaria comicità nel momento in cui lo vediamo trasformarsi di punto in bianco da Carter a Hawkman.

La storia si apre con Carter Hall che sembra aver deciso di porre una divisione netta fa lui e Hawkman. Si disfa perciò dei vecchi bardamenti, e a questa azione seguono fiamme e lampi di luce senza una riga di spiegazione. Carter si ritrova a svegliarsi stordito in un magazzino, evidentemente adottato come abitazione.

Dietro a Hawkman compare
una presenza... di cui nulla si sa
Nel frattempo una spedizione scientifica ha recuperato dagli abissi dell'oceano una mummia aliena e Carter (in virtù di non si sa bene quale competenza scientifica, dato che lui è un archeologo) viene coinvolto nell'esame del reperto.

La mummia prende vita, al suono altisonante di frasi ridicole come "Io sono Morphicius" e allungando ovunque le sue propaggini liquide in stile Venom. Carter si scopre capace di trasformarsi in Hawkman, avviando con l'alieno un amichevole scambio di opinioni a suon di mazza ferrata.

I testi di Tony S. Daniel (che su Detective Comics sta lavorando benino) sono quanto di più stereotipo e svogliato si possa immaginare. Dialoghi piatti, spiegazioni rimandate al futuro ma senza indizi che rassicurino a sufficienza che questi chiarimenti siano davvero in programma.

L'unica cosa che regge l'albo è la parte grafica, che si mantiene però volutamente grigia (su atmosfere quasi deprimenti) fino al momento in cui Hawkman appare in tutto il suo splendore. E quando l'uomo-falco appare, risulta effettivamente tanto accattivante da rubare la scena a tutto il resto. Il resto? Quale resto?

Se siete dei fans del personaggio vale la pena dare ancora una occhiata ai numeri successivi, perché l'arte è davvero bella. Ma non c'è da dubitare che la corsa di questa serie sarà piuttosto breve se l'approccio ai testi non cambierà radicalmente.

DC Comics Reboot: The New 52 - tutte le recensioni

domenica 23 ottobre 2011

Recensione: Legion of Super-Heroes #1 (The New 52)

Se Legion Lost #1 (recensito qui) ci ha mostrato metà della Legione dei Supereroi spostarsi in missione nel 21° secolo, questo Legion of Super-Heroes  #1 si dedica a raccontarci dell'altra metà del gruppo. Quella rimasta cioè nel futuro del 31° secolo, che è l'epoca natia dei Legionari.

L'albo risponde quindi alla domanda: "metà della Legione è rimasta nel futuro esattamente a far che"? Bè, diciamo... a fare le solite cose.

Non importa quanto la Legion of Super-Heroes costituisca un pezzo di storia nell'ambito del DC Universe. Quel che conta davvero sono le sue premese narrative di base, che potremmo cinicamente riassumere in questo modo: c'è un gruppo di supereroi in un fumetto di fantascienza. Il che dice tutto e niente.

Il niente sembra essere il vero, autentico tessuto narrativo della Legione. Sceneggiatori eccelsi come Mark Waid e Geoff Johns si sono occupati di scrivere le loro avventure ottenendo invariabilmente non-trame messe in scena da tante marionette colorate, con sullo sfondo un qualche cielo galattico.

Una lunga sequenza di vignette come
questa: "personaggio più descrizione"
L'ultimo sceneggiatore a occuparsi della Legione, prima del rilancio, è stato Paul Levitz, ed è ancora lui che continua a occuparsene ora. Nella prima pagina fa subito riferimento a eventi precedenti, e infatti di reboot qui non se ne troverà un pezzetto neanche a cercarlo col lanternino. La cosa è apparentemente strana, perché la Legione - nella sua storia editoriale moderna - ha subito non meno di sei reboot.

Il punto è che il gruppo non cattura e non potrà mai sperare di catturare larghe fasce di lettori (men che meno nuovi lettori). Fa presa solo su un gruppo ristretto di fans sfegatati, che essendo anche gli unici lettori non potevano essere frustrati da un azzeramento della situazione. Un rilancio pigro e pessimisticamente (o realisticamente) rinunciatario a priori d'ogni innovazione.

La storia? No, credetemi... non ho capito quasi nulla. Confesso di conoscere ben poco delle trame pregresse, quindi parto sicuramente svantaggiato, ma la lunga esperienza da lettore di centinaia di titoli diversi mi rende confidente del fatto che posso individuare a colpo d'occhio la differenza fra un fumetto incomprensibile a me e uno incomprensibile a quasi chiunque.

Una rapida esplorazione fra alcune recensioni d'oltreocano mi ha rassicurato sul fatto che non sono il solo ad avere molta difficoltà nel tirare fuori un senso da questo guazzabuglio di supermarionette. Chameleon Boy, Ultra Boy, Phantom Girl, Dragonwing, Chemical Kid, Comics Boy, Comet Queen, Dream Girl, e molti altri. Tutti personaggi che esauriscono la loro caratterizzazione nel nome di battaglia.

Glorith
Quando ogni tre pagine c'è una tavola che ha l'unico scopo di introdurre quattro nuovi diversi personaggi (con l'aiuto di pompose didascalie) si ha la conferma che di sostanza ce ne sia ben poca. In più, rispetto a Legion Lost #1, sembrerebbe mancare persino un reale senso dei pericoli che i protagonisti possono correre.

I loro colleghi stanno sudando sette camice in un'epoca che non è la loro, ma i legionari nel 31° secolo si limitano a cianciare di effetti connessi a Flashpoint, la pretestuosa saga a base di universi alternativi che ha introdotto il reboot. E la presenza di Glorith rassicura prematuramente sul risultato finale: i poteri di costei sono in larga parte sconosciuti, ma comunque capaci di manipolare energie e futuri alternativi.

Mentre leggi sai già che non c'è nessun pasticcio che non possa essere messo a posto con un espediente quasi magico e che nessuna delle marionette colorate che vedi tanto agitarsi si farà male davvero.

I disegni di Francis Portela sono invece molto migliori rispetto a quelli Pete Woods visti in Legion Lost #1. Costruzione delle tavole meno ingessata, anatomie più armoniose, prospettive più sofisticate, espressioni più vivide. Una abilità da storyteller di maggior mestiere, per raccontare però una non-storia. Si tratta solo di una bellissima confezione che incarta il nulla.

DC Comics Reboot: The New 52 - tutte le recensioni

sabato 22 ottobre 2011

Recensione: Justice League Dark #1 (The New 52)

La parola "dark" è talmente abusata per connotare le atmosfere di un'opera narrativa, che potrebbe anche non significare più nulla.

Per giudicare Justice League Dark #1 una vaga idea del suo significato bisogna farsela, o almeno mettersi d'accordo su una definizione convenzionale. In che senso qui si tenta di darci una versione dark della Justice League?

Secondo l'Urban Dictionary il termine "dark" sta per : (1) Una mancanza di luce o colorazione vicina al nero (2) Deprimente, spaventoso (3) Un altro modo di chiamare il male (4) Che ha che fare con l'individualità e l'isolamento.

Tutte e quattro le definizioni sono adatte a descrivere le atmosfere di Justice League Dark #1, ma solo l'ultima possiede il magico pregio di descriverne persino la trama.

Enchantress va fuori di testa
"Il tempo rallenta. I neutroni schiantano dentro gli atomi". E ​​una potente maga come Enchantress (in passato leader di Shadowpact, una sorta di Justice League in versione sovrannaturale) scopre di essere impazzita e conforma la realtà adeguandola alla sua follia.

Impossibile non notare in questa premessa l'analogia con House of M, mega evento Marvel Comics del 2005, in cui qualcosa di analogo era stato compiuto dalla strega Scarlet.

Una osservazione estemporanea su questa presessa: House of M era un evento non improvvisato e di vasta portata che per un certo periodo ha influenzato l'intero Marvel Universe.

Qui abbiamo lo stesso scenario di fondo con una portata limitata a una sola serie e del tutto avulsa dalla continuity (Vic Stone, alias Cyborg compare già nel suo aspetto definitivo quando in Justice League #1 non lo è ancora). Per altre serie del rilancio DC Comics non mancano invece riferimenti incrociati.

Shade ha un metodo tutto suo
per scaricare le proprie ex
Questo limita molto la portata dell'albo, costringendo a giudicarlo solo come lettura a sé stante. I troppi personaggi che affollano queste pagine si riducono a marionette vuote, in mancanza di informazioni su quale sarà la loro caratterizzazione definitiva.

Ma come albo a sé, Justice League Dark #1 è assolutamente soddisfacente. Lo sceneggiatore Peter Milligan riesce a essere fantasioso, spaventoso, bizzarro, rapido, angosciante. E magico.

Perché i personaggi dotati di poteri mistici sono quelli che si meritano il centro della scena: Zatanna, John Constantine, Shade - The Changing Man riescono a scalzare i vari Batman, Superman e Wonder Woman che pure compaiono nell'albo. In definitiva, più che dark, questa è una Justice League Weird.

Madame Xanadu: l'unica che pare sapere cosa stia accedendo
Una menzione d'onore la merita la prima splash page: una donna osserva la ripresa televisiva di una autostrada in cui decine di veicoli fuori controllo investono mortalmente altre donne, compresa la stessa spettatrice. June Moore viene introdotta così come colei che sarà epicentro degli avvenimenti futuri.

La scena rende l'idea del thrilling che ogni pagina dell'albo riesce efficacemente a donare, talmente strabordante che con così tanta carne al fuoco non resta spazio per la caratterizzazione dei tanti personaggi. Il ritmo nei numeri successivi dovrà necessariamente rallentare.

Zatanna mette in chiaro con Batman 
chi sono i veri protagonisti della serie 
L'arte di Mikel Janin è di grande preparazione tecnica ma un po' troppo statuaria, anzi veramente rigida, nelle scene d'azione. Può inoltre non piacere che le sue espressioni facciali scivolino sullo stile soap opera.

Ma il sovrannaturale viene reso egregiamente, con l'aiuto di una inchiostrazione all'altezza e degli splendidi bagliori luminosi inquietanti apportati dalla colorazione.

In conclusione, dedicare un titolo a una tale versione parallela della Justice League sembrerebbe una mossa commercialmente indovinata. La suscpence per ora non manca, ma la costruizione di questo universo Dark (anzi, Weird) è ancora tutta in salita.


venerdì 21 ottobre 2011

Recensione: Superman #1 (The New 52)

Grant Morrison ha svolto un lavoro egregio sulla riconcettualizzazione di Superman in Action Comics (il primo numero l'ho recensito qui) e stavolta è riuscito persino a risultare poco cerebrale, più immediato e viscerale rispetto al suo solito, ma il suo ripensamento del personaggio resta comunque qualcosa di ancora largamente teorico.

Al di là della qualità del lavoro che Morrison sta svolgendo e svolgerà, è ovvio che non tutti i lettori di vecchia data accetterebbero a lungo un Superman ricondotto a un fervore adolescenziale col quale risulta difficile empatizzare.

E' in questo Superman #1, quindi, che abbiamo realmente l'occasione di gettare la prima occhiata a quello che sarà il big blue ufficiale del nuovo universo DC, con una narrazione temporalmente spostata di qualche anno avanti, verso un Clark Kent nella sua piena maturità di adulto.

Ci sarebbe tanto da dire su questo albo: venticinque tavole fitte fitte di vignette, baloons e didascalie, rese ancora più dense dallo stile miniaturista del disegnatore Jesús Merino che è molto conforme a quello di George Pérez. Quest'ultimo è impegnato sui testi ma ha anche steso gli schizzi base delle tavole, sicché è a lui che si deve realmente il paneling delle pagine.

Abbiamo una storia di Superman che si mantiene molto entro i binari della tradizione, con l'Uomo d'Acciaio impegnato senza se e senza ma a fare ciò che gli riesce meglio: difendere i deboli, non mettersi in testa megalomani aspirazioni di trasformare il mondo alla radice, e tirare avanti tentando di condurre una vita normale.

Ma nonostante tutto, aleggia in sottofondo anche qui un po' di voglia di strafare, qualcosa cioè di troppo cerebrale e che finisce per rallentare il ritmo della storia. Il tema del numero è infatti una sorta di psicodramma dell'informazione. Il Daily Planet è un giornale in crisi, che infine è stato acquisito da un network televisivo con una cattiva reputazione in termini di tutela dei diritti umani. La sede del giornale viene smantellata, e viene abbattuto l'iconico globo del Planet che campeggia sul grattacielo.

Louis Lane mentre coordina le riprese TV
Il nuovo Vice Presidente è Louis Lane, che condivide con Clark Kent le preoccupazioni sull'approccio poco etico da parte del gruppo, ma che si crogiola nell'illusione di poter trasformare il sistema dall'interno col proprio onesto lavoro. Clark non è della stessa opinone e rompe in malo modo i rapporti con Louis Lane, salvo poi pentirsene e scusarsene con sincero rimorso.

Questo plot base è interlacciato a una trama di azione quasi autoconclusiva (che inizia con un  alieno sull'Himalaya che chiama a raccolta altre presenze soffiando in una sorta di magico corno) ma che resta slegata dal contesto e non permette di capire molto su quella che sarà la sorte della serie dal punto di vista strettamente avvventuroso.

La trama consente di dare sia di Superman che di Clark Kent, un ritratto vivido. L'uomo più potente della Terra resta pur sempre un uomo, con mille dubbi e domande e in fondo anche solo, condannato dalla assoluta integrità dei suoi principi morali. Né il fatto che svolazzi su Metropolis mentre tutti contano su di lui come garante di giustizia, potrà mai farlo sentire più amato. I media non mancano di criticarlo o mettere in dubbio il suo operato e la gente che lo ammira a naso in su dal suolo non sembra immune dal provare una certa invidia.

Quasi tutto in Superman #1 è conforme alla tradizione (altro che reboot) per quella che è l'icona massima del fumetto supereroistico. Anche lo stile grafico, pur splendido, è quanto di più tradizionale e quasì demodè, si possa trovare in giro oggi.

Ma la narrazione è anche incessantemente scandita dalle voci diffuse dagli onnipresenti media televisivi. Scelta coerente con la trama che finisce però per stonare un po' col risultato complessivo comunque raggiunto dall'albo, quello di donarci un ritratto di Superman realmente umano, ben lontano dalla noia che sarebbe tutto sommato lecito aspettarsi da un personaggio con settantatrè anni di storia editoriale alle spalle.

Mentre lo guardate fermo in aria, a fissare sconfortato il globo abbattuto del vecchio Daily Planet, potete cogliere a colpo d'occhio in una singola immagine il supereroe e l'uomo, e la complessità tormentata ed esaltante dell'interazione fra i due. Ognuno indebolisce e al contempo dona forza all'altro... altro che noia!

DC Comics Reboot: The New 52 - tutte le recensioni

giovedì 20 ottobre 2011

Recensione: Blue Beetle #1 (The New 52)

Le incarnazioni succedutesi per Blue Beetle durante gli anni, sono state veramente innumerevoli e anche molto difformi l'una rispetto all'altra. Basti pensare che il personaggio è in circolazione dal 1939, quindi è quasi coetaneo di Superman (editorialmente parlando).

Il genere cucito addosso a Blue Beetle è stato inizialmente quello di un poliziesco avventuroso di epoca pulp, e più avanti negli anni quello del supereroismo spicciolo, a tratti anche venato di qualche nota di umorismo.

Questo Blue Beetle #1, però, è direttamente derivato dall'ultima versione dello scarabeo blu, che è a differenza delle precedenti ha una impostazione più fantascientifica: un'origine cosmica per il personaggio e, sullo sfondo, la galassia intera a fare da scenario.

Il restlyling è ormai definitivo, l'unico appetibile per un personaggio non di punta, e viene ripreso e mantenuto oggi tale e quale perché ben noto al pubblico più giovane grazie alle apparizioni di cui Blue Beetle ha goduto in vari prodotti televisivi targati DC.

Scarabeo (l'arma, non il gioco. Con quel che dice 
è improbabile comporre una parola sensata)
Che su questa serie si punti moltissimo per conquistare un pubblico giovanile è evidente dal notevole talento grafico che è stato messo in opera su questo primo numero. Ig Guara ha un tratto di presa immediata e di grande preparazione tecnica, efficace sia per rendere l'azione cosmica che per suscitare immediata empatia durante gli intermezzi di approfondimento sui personaggi.

Blue Beetle è Jaime Reyes, un adolescente texano al quale il potere del mistico scarabeo cade addosso quasi per caso. La scena di apertura dell'albo è un flashback ambientato su un lontano pianeta. Lo scarabeo viene inizialmente mostrato come un essere che è una sorta di arma biologica (in stile Predator) al servizio di una qualche belligerante razza aliena.

Ma l'arma si ritrova a fuggire nello spazio a bordo di una astronave in miniatura, a forma (indovina un po'?) di scarabeo. L'intervento di una Lanterna Verde farà precipitare l'astronave sulla Terra in epoca Maya.  

Reyes viene contaminato dall'amuleto
Nel tempo presente, Jaime Reyes si troverà casualmente in mezzo a due bande di supercriminali che lottano per contendersi il possesso dello scarabeo (dal loro punto di vista si tratta solo di un prezioso amuleto). E accade così che il ragazzo resti contaminato dal potere dell'amuleto e trasformato in una versione terrestre dell'arma biologica originale.

Numero di semplice narrazione della genesi del personaggio, inframmezzata con la presentazione dell'adolescente Reyes e dei suoi coetanei, l'albo scorre rapidamente senza alcun picco di originalità ma con perfetta e accattivante fluidità dei testi di Tony Bedard e dei disegni di Ig Guara.

Una produzione tecnicamente perfetta, ma esclusivamente pensata per un pubblico adolescenziale nel suo pedante equilibrio fra azione e immedesimazione. Pubblico per il quale la serie sembra avere tutti i numeri giusti per far presa e - forse - persino sfondare di brutto.


Recensione: Captain Atom #1 (The New 52)

Captain Atom #1 è l'esordio di una serie che sembra preannunciarsi come qualcosa di molto raffinato, pur mantenendosi entro un collaudato canovaccio di supereroismo classico.

Con tutta probabilità il titolo migliorerà ancora con i numeri successivi, almeno stando alla notizia recente secondo cui lo sceneggiatore J.T. Krul, al lavoro in contemporanea sia su Green Arrow che su Captain Atom, abbandonerà volontariamente il primo (facendosi rimpiazzare da Ann Nocenti) per meglio dedicarsi al secondo.

Non è immediato comprendere perché Captain Atom sia stato scelto come titolo appetibile per essere inserito fra quelli del rilancio DC Comics. Il capitano è una delle tante proprietà ereditate dall'acquisizione di altre case fumettistiche ormai defunte (la Charlton Comics), sicché DC non ha mai puntato più di tanto a farne un personaggio di primo piano.

Più precisamente, si tratta di Allen Adam, un militare che in seguito a un esperimento scientifico acquista il potere di restringersi a piacimento, volare, riplasmare la sua forma, manipolare l'energia e varie altre cosucce così. Tutto ciò perché l'esperimento lo ha scomposto e ricomposto fino a livello dei singoli atomi.

L'unica spiegazione che trovo per dedicare a Captain Atom un titolo a sé stante sta nel restyling grafico che si è applicato al personaggio. L'aspetto del capitano è ora assolutamente identico a quello del ben più noto Dr. Manhattan di Watchmen, anche lui dotato di poteri atomici. 

Che il richiamo visivo al Dr. Manhattan - reso universalmente noto dal cinema molto più di quanto il Dottore già non fosse - sia di interesse centrale per la serie, è evidente dalle scelte di colorazione: Captain Atom ha una miriade di delicate sfumature bluastre, rese pazientemente dalle sapienti matite di Freddie Williams II. Tutto il resto attorno a lui è scuro e grigio, fortemente messo in contrasto rispetto al capitano dalle inchiostrazioni a campiture nette e senza bordi (sullo stile grafico del Sin City di Frank Miller).

Sto perdendo il controllo (e sono senza manuale di istruzioni)
Ogni pagina, quindi, obbliga l'occhio a concentrarsi sulla figura di Captain Atom, così comunicando un senso di incontrollabilità della energia dirompente che esso può sprigionare.

Questo risultato è perfettamente funzionale alla caratterizzazione: il numero #1 parte in quarta con l'azione e ci presenta subito il capitano in difficoltà nel gestire la sua forma materiale, la quale sta pericolosamente derivando verso l'instabilità totale a livello atomico e nucleare.

Insomma, Captain Atom è un emulo del Dr Manhattan con lo stesso problema a gestire la sua forma atomica, ma concentrato più sulle conseguenze pratiche che su quelle filosofiche o - peggio - solipsistiche. Le sue preoccupazioni sulla possibile perdita di umanità preannunciano sviluppi narrativi interessanti.

L'albo d'esordio è nel complesso molto godibile, a mio parere, e l'ho già detto. Il vero limite dell'operazione è che questo modellarsi strettamente sul Dr Manhattan rischia di trasformare il tutto in un già visto (già visto in Watchmen, appunto) trasposto però in una forma adatta a palati meno fini. Per ora J.T. Krul è riuscito a confezionare una lettura tutt'altro che noiosa, nonché a gettare spunti di sviluppo ulteriore per il futuro.

E il futuro sarà appunto il vero banco di prova per il titolo. L'entusiasmo dello sceneggiatore c'è e si avverte in ogni pagina. Confido perciò che la serie saprà evolversi molto dinamicamente e trovare una strada dotata di dignità propria.


martedì 18 ottobre 2011

Recensione: DC Universe Presents #1 (The New 52)

La nuova testata Dc Universe Presents sarà concepita come un contenitore di miniserie, presentate a rotazione per un massimo di sei numeri e via via dedicate a diversi personaggi minori del mondo DC Comics.

Come facilmente intuibile dalla copertina del primo numero, si comincia ospitando l'inquietante Deadman.

Il timore più ovvio per una operazione del genere è che la testata venga utilizzata solo per permettere ad artisti di poca esperienza di farsi un po' le ossa, testando nel contempo il gradimento che questi riescono a raccogliere fra il pubblico. Ne deriverebbe perciò un titolo antologico di qualità mediocre.

Un altro timore è che una serie così impostata possa facilmente andare incontro a vendite altalenanti. I lettori seguirebbero il titolo quando compaiono certi personaggi, abbandonandolo quando ne compaiono altri.

Almeno la prima fra queste paure, a giudicare da Dc Universe Presents #1, sembra essere stata scongiurata. La qualità dell'albo è altissima, tanto che appare subito evidente come si stia puntando a un pubblico piuttosto selezionato.

Due parole sul background  di Deadman: Boston Brand è un acrobata da circo la cui esibizione viene sabotata, uccidendolo. Nell'aldilà, una dea indù concede a Brand di tornare in uno stato di (quasi) vita, sotto il nome di Deadman, per permettergli di trovare il suo assalitore. In cambio, la dea chiede a Brand di prodigarsi per aiutare persone sull'orlo della disperazione a sbrogliare i fili dei loro destini.

Deadman e la dea Rama Kushna
Quello descitto è il background originale di Deadman, ma il personaggio meritava una riproposta perché al momento gode di buona popolarità. Ha infatti coperto un ruolo centrale in alcuni eventi chiave di casa DC Comics (Brightest Day) perdendo però molto del suo potenziale, che veniva nel contempo sciupato ed edulcorato.

Dc Universe Presents #1 ci ripropone un Deadman che ritorna alle sue origini storiche, con lo sceneggiatore Paul Jenkins fortemente impegnato a cercare una risposta alla domanda fondamentale: cosa spinge davvero Deadman ad aiutare gli altri?

Vediamo il personaggio imbattersi in vari casi umani, quali un prete in crisi con la sua fede, un medico che deve compiere una scelta di vita o morte, un condannato all'esecuzione capitale, un uomo che muore in soitudine, eccetera. Di ognuno di loro Deadman assumerà momentaneamente la personalità e il vissuto.

Questa è la prossima persona
che sto per essere
Anche se l'approccio dello sceneggiatore si sforza di essere esigente e pare uscito direttamente dalle pagine di sofisticati titoli della linea Vertigo quali Sandman o Helllblazer, il risultato finale non sembra del tutto convincente.

Le abilità circensi di Boston Brand tornano utili a Deadman quando deve muoversi con sottile equilibrismo fra i sentimenti umani, ma quello che non è spiegato abbastanza è il perché tutto ciò accada.  

Jenkins tenta di andare in profondità nell'analizzare le motivazioni di Deadman, ma nonostante le migliori intenzioni si riduce a essere molto didascalico su questo aspetto di caratterizzazione per il personaggio.

Il risultato porta comunque a confezionare un albo molto raffinato e dalle atmosfere quasi metafisiche, che saprà certo accontentare i palati più fini.

Aggiungiamo a ciò i disegni di Bernard Chang, misuratissimo nella costruzione di linee, anatomie, proporzioni e prospettive, e possiamo sicuramente concludere che Dc Universe Presents si preannuncia come una delle nuove serie DC per la quale si manterrà probabilmente molto alta l'attenzione per un risultato di qualità.

DC Comics Reboot: The New 52 - tutte le recensioni

Recensione: Green Lantern Corps #1 (The New 52)

Altra serie che si inserisce nell'universo narrrativo di Green Lantern, anzi delle Green Lanterns.

Questa Green Lantern Corps dovrebbe occuparsi dell'intero corpo di poliziotti galattici, dotati di anelli color smeraldo, che conta almeno 7.200 membri. Ma il titolo per ora finisce per focalizzarsi solo su Guy Gardner e John Stewart, le due Green Lanterns della Terra (Hal Jordan a parte).

Ai testi troviamo Peter J. Tomasi che aveva già curato in passato lo stesso titolo e che si era anche occupato di scrivere la serie mensile per  Guy Gardner (Emerald Warriors).

Sebbene in Green Lantern Corps #1 non venga fatto alcun reboot dello scenario di base per il corpo, Tomasi usa un espediente efficace per ben introdurre i personaggi a beneficio dei nuovi lettori. Prima di spararli su, nello spazio, li colloca a terra mettendoli nella stessa condizione in cui si trova Hal Jordan al momento: quella di persone che tentano di condurre una vita normale.

Bello progettare i palazzi così
Vediamo così Gardner affrontare un colloquio di selezione del personale per trovare infine lavoro solo come allenatore sportivo di una squadra scolastica, mentre scopriamo Stewart ingaggiato come progettista edile ma molto frustrato dal dover combattere contro la burocrazia.

Scene che riescono a farci subito comprendere come il ruolo naturale in cui collocare entrambi i personaggi sia esclusivamente quello di membri del corpo delle lanterne.

In apertura dell'albo, una scena raccapricciante introduce una nuova minaccia. Un essere sanguinario uccide alcune Lanterne Verdi, ma quel che è peggio è che costui pare del tutto inattaccabile dal potere degli anelli. Gardner e Stewart tornano perciò su Oa per rispondere alla chiamata di soccorso.

In chiusura dell'albo viene mostrata tutta la furia distruttrice dell'antagonista, ben comunicando al lettore il reale livello di pericolosità della situazione.

Il vero posto per Guy e John
Ritmo diretto, efficace e pieno di pathos, nonché plastico e spettacolare nei disegni di Fernando Pasarin. L'albo funziona egregiamente sia per i vecchi che i nuovi lettori, anche grazie a tavole che sono una vera gioia per gli occhi e che sono splendidamente rifinite da chine dettagliate e ottima colorazione.

Nessun reboot, quindi, ma solo l'aggiunta di un ennesimo tassello per il sempre più vasto mosaico galattico che la mitologia delle lanterne sta componendo da anni. Ci si preoccupa solo un po' di più del solito di condurre per mano, dentro questo meravigliosa composizione, anche le nuove schiere di lettori.


lunedì 17 ottobre 2011

Recensione: Mister Terrific #1 (The New 52)

Immaginate di essere il terzo uomo più intelligente del mondo, nonché medaglia d'oro olimpica nel decathlon, e d'aver conseguito una buona metà delle lauree rilasciate da università come Harvard e Yale.

E immaginate anche che grazie al vostro talento d'inventore abbiate accumulato soldi, un mucchio di soldi.

E se questi non vi dovessero sembrare già superpoteri bastanti per un singolo uomo, immaginate che con i vostri giocattoli hi-tech possiate trasformarvi in un supereroe proprio come fa Iron Man quando indossa la sua armatura.

Mr. Terrific, alias Michael Holt, era in circolazione nel DC Universe da molto prima del rilancio. In qualità di membro della JSA (Justice Society of America) il suo ruolo era solo quello di uno fra i tanti gregari del supergruppo. Perché mai diventa ora appetibile come star di un albo tutto per sè?

Niente armatura per Mr Terrific
Ma il suo nemico ce l'ha, così
si pensa subito a Iron Man
I motivi sono due, e il primo è immediatamente evidente.

L'idea alla base del dualismo Michael Holt / Mr Terrific assomiglia tanto all'accoppiata Tony Stark / Iron Man. Per dare pathos al tutto, a Michael Holt servirebbe anche un superproblema (Tony Stark in passato aveva la sua malattia cardiaca) e Holt ce l'ha: era l'uomo più felice del mondo prima di perdere moglie e figlio in un incidente.

Da quel momento si è votato unicamente (e disperatamente) alla scienza, per poi darsi al vigilantismo supereroico in memoria del figlio.

Il secondo motivo per cui questo personaggio sembra interessare DC Comics è molto più sottile. Michael Holt è ricco, atletico, genio, con una super-maggiorata bianca al suo fianco (Karen Starr, alias Power Girl) e con superpoteri acquisiti solo con capacità e forza di volontà personali. E in più, lui è nero!

Un titolo così ha tutto il potenziale psicologico per far immediata presa su fedelissime fasce di pubblico di colore, anche se la serie sembra essere stata impostata abbastanza bene da poter interessare qualsiasi tipo di lettore.

Il ritmo di Mister Terrific # 1 è sostenuto, denso di avvenimenti e di narrato ma anche di azione incalzante.

Big Science e Big Computers
Si cerca subito di mettere in chiaro la somiglianza con Iron Man (riferimenti al fatto Michael Holt è anzitutto un imprenditore di successo) mentre il resto dell'albo delinea con chiarezza il background del personaggio e introduce il primo antagonista (un supercriminale in grado di potenziare l'intelligenza della gente). 

L'unica carenza dell'albo è che il supergenio straparla e strapensa: portali dimensionali, meccanica frattale, effetti dei terremoti controllati da fantasiosi dispositivi. A volte tutto è un po' verboso, ma sopratutto è mal sfruttato.

Karren Starr, ma ancora
senza i poteri di Power Girl
In apertura d'albo il suo avversario in armatura viene liquidato trasformando momentaneamente una ruota da luna park in una sorta di calamita gigante (come nei cartoni animati di Tex Avery). Non esattamente l'idea che ho di big science fantascientifica.  

Eric Wallace fa bene il suo lavoro di sceneggiatore ma dubito che potrebbe sfornare mensilmente idee veramente sorprendenti e degne del personaggio.

I disegni sono di Roberto Gugliotta, molto plastico e ben a suo agio con figure dinamiche e volumetriche. Bravissimo nelle scene d'azione, Gugliotta lo è un po' meno quando si lancia in inquadrature dalla prospettiva ardita, col risultato di distorcere le proporzioni delle figure umane in modi non proprio credibilissimi.

In conclusione, un numero di esordio divertente per una serie che forse non andrà incontro ai gusti di tutti, ma che non difetterà di sostanza e di mestiere.


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