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domenica 23 ottobre 2011

Recensione: Legion of Super-Heroes #1 (The New 52)

Se Legion Lost #1 (recensito qui) ci ha mostrato metà della Legione dei Supereroi spostarsi in missione nel 21° secolo, questo Legion of Super-Heroes  #1 si dedica a raccontarci dell'altra metà del gruppo. Quella rimasta cioè nel futuro del 31° secolo, che è l'epoca natia dei Legionari.

L'albo risponde quindi alla domanda: "metà della Legione è rimasta nel futuro esattamente a far che"? Bè, diciamo... a fare le solite cose.

Non importa quanto la Legion of Super-Heroes costituisca un pezzo di storia nell'ambito del DC Universe. Quel che conta davvero sono le sue premese narrative di base, che potremmo cinicamente riassumere in questo modo: c'è un gruppo di supereroi in un fumetto di fantascienza. Il che dice tutto e niente.

Il niente sembra essere il vero, autentico tessuto narrativo della Legione. Sceneggiatori eccelsi come Mark Waid e Geoff Johns si sono occupati di scrivere le loro avventure ottenendo invariabilmente non-trame messe in scena da tante marionette colorate, con sullo sfondo un qualche cielo galattico.

Una lunga sequenza di vignette come
questa: "personaggio più descrizione"
L'ultimo sceneggiatore a occuparsi della Legione, prima del rilancio, è stato Paul Levitz, ed è ancora lui che continua a occuparsene ora. Nella prima pagina fa subito riferimento a eventi precedenti, e infatti di reboot qui non se ne troverà un pezzetto neanche a cercarlo col lanternino. La cosa è apparentemente strana, perché la Legione - nella sua storia editoriale moderna - ha subito non meno di sei reboot.

Il punto è che il gruppo non cattura e non potrà mai sperare di catturare larghe fasce di lettori (men che meno nuovi lettori). Fa presa solo su un gruppo ristretto di fans sfegatati, che essendo anche gli unici lettori non potevano essere frustrati da un azzeramento della situazione. Un rilancio pigro e pessimisticamente (o realisticamente) rinunciatario a priori d'ogni innovazione.

La storia? No, credetemi... non ho capito quasi nulla. Confesso di conoscere ben poco delle trame pregresse, quindi parto sicuramente svantaggiato, ma la lunga esperienza da lettore di centinaia di titoli diversi mi rende confidente del fatto che posso individuare a colpo d'occhio la differenza fra un fumetto incomprensibile a me e uno incomprensibile a quasi chiunque.

Una rapida esplorazione fra alcune recensioni d'oltreocano mi ha rassicurato sul fatto che non sono il solo ad avere molta difficoltà nel tirare fuori un senso da questo guazzabuglio di supermarionette. Chameleon Boy, Ultra Boy, Phantom Girl, Dragonwing, Chemical Kid, Comics Boy, Comet Queen, Dream Girl, e molti altri. Tutti personaggi che esauriscono la loro caratterizzazione nel nome di battaglia.

Glorith
Quando ogni tre pagine c'è una tavola che ha l'unico scopo di introdurre quattro nuovi diversi personaggi (con l'aiuto di pompose didascalie) si ha la conferma che di sostanza ce ne sia ben poca. In più, rispetto a Legion Lost #1, sembrerebbe mancare persino un reale senso dei pericoli che i protagonisti possono correre.

I loro colleghi stanno sudando sette camice in un'epoca che non è la loro, ma i legionari nel 31° secolo si limitano a cianciare di effetti connessi a Flashpoint, la pretestuosa saga a base di universi alternativi che ha introdotto il reboot. E la presenza di Glorith rassicura prematuramente sul risultato finale: i poteri di costei sono in larga parte sconosciuti, ma comunque capaci di manipolare energie e futuri alternativi.

Mentre leggi sai già che non c'è nessun pasticcio che non possa essere messo a posto con un espediente quasi magico e che nessuna delle marionette colorate che vedi tanto agitarsi si farà male davvero.

I disegni di Francis Portela sono invece molto migliori rispetto a quelli Pete Woods visti in Legion Lost #1. Costruzione delle tavole meno ingessata, anatomie più armoniose, prospettive più sofisticate, espressioni più vivide. Una abilità da storyteller di maggior mestiere, per raccontare però una non-storia. Si tratta solo di una bellissima confezione che incarta il nulla.

DC Comics Reboot: The New 52 - tutte le recensioni

lunedì 17 ottobre 2011

Recensione: Legion Lost #1 (The New 52)

Fra i fan DC Comics di stretta osservanza, la Legion of Super-Heroes (Legione dei Supereroi) gode di una buona notorietà, anche perché nelle sue fila si sono registrate molte storiche apparizioni di Superboy.

Non si può però dire che i personaggi siano altrettanto familiari a grosse fette di pubblico italiano, perché raramente questo supergruppo del 31° secolo ha usufruito di pubblicazioni nostrane continuative.

La Legione fu creata da Otto Binder, prolifico scrittore di fantascienza di epoca pulp nonché uno degli ispiratori dei racconti robotici del ben più famoso Isaac Asimov. Una (ingenua) fantascienza classica, zeppa di sense of wonder, è appunto il materiale tematico di base per le storie del supergruppo.

I vari reboot cui la Legione è andata incontro durante la sua storia editoriale sono innumerevoli. Questo Legion Lost #1 rappresenta solo l'ultimo ed ennesimo di essi. Per la precisione, il gruppo presentato da Legion Lost non è derivato direttamente dalle precedenti versioni della Legion of Super-Heroes (a cui è dedicata una testata a parte) ma da una miniserie di una decina di anni fa.

Lo spettro di superpoteri di cui sono dotati i componenti della formazione è il solito (già visto innumerevoli volte in tanti altri comics ): teleportatori, telepatici, mutaforma, manipolatori di energia, eccetera eccetera.

Aho... e stateve zitti un po'!
Ho difficoltà a recensire questo albo, come non dubito che avrebbe difficoltà qualsiasi lettore italiano a coglierne il valore (o il disvalore). Come lettura a sé, Legion Lost #1 non è malvagia ma neanche poi così appassionante. Tutto sa di già visto, con sarabande caciarone di moltitudini di personaggi-marionetta che sono poco più di un nome di battaglia corredato da un costumino colorato.

Dal 31° secolo, i ragazzi della Legione si trovano catapultati nel mondo presente, per risolvere problemi creati da altri visitatori provenienti dal loro stesso futuro. Le azioni sono poco chiare, a meno di non leggere molto attentamente tutte le verbose spiegazioni pseudoscientifiche contenute nei baloons e nelle didascalie. E anche così non è detto che si riesca a capirci qualcosa, perché il tutto è infarcito da una terminologia con la quale solo i lettori di vecchia data possono sentirsi a loro agio.

In tutto lo splendore del Technicolor
Tutte le recensioni americane scritte da chi dimostra un po' di "amore da fan" per questi personaggi, però, sono abbastanza positive. Il bisogno di un reboot era fortemente avvertito, perché da un bel po' il gruppo si stava trascinando in una gestione concettualmente sbagliata ad opera dello scrittore Paul Levitz.

L'approccio dello sceneggiatore Fabian Nicieza sembra invece funzionare. E' più vivido e focalizzato, più razionale e meno improvvisato, ma può essere colto solo da chi conosce già i personaggi. L'albo fallisce cioè nel raggiungere quello che (nominalmente) è lo scopo ultimo dell'operazione The New 52: acquisire lettori nuovi.

Apprezzabili ed elaborati i disegni di Pete Woods, e di impatto (ma forse anche troppo cariche) le sgargianti colorazioni. L'albo sarà anche godibile nel suo approccio carnevalesco - mi fido sulla parola dei vecchi appassionati americani - ma mi sento di sconsigliarlo vivamente ai lettori italiani perché possano passare a qualche altra lettura più pregnante.


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