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venerdì 14 ottobre 2011

Recensione: Demon Knights #1 (The New 52)

Il titolo della testata parla già chiaro sulle intenzioni. Questa non è semplicemente una nuova serie sul demone Etrigan, creato da Jack Kirby nel '72 e da allora in circolazione nel DC Universe con comparsate in tutte le testate che contano.

La parola Knights nel titolo descrive esattamente il genere della serie, quello di una (buona) fantasy commerciale alla maniera di Dungeons and Dragons. Demon, ossia Etrigan, non viene collocato nel mondo attuale ma indietro nel tempo fino alla ultima notte di Camelot.

Non si pensi però all'ennesima rivisitazione dell'ormai troppo logoro mito arturiano, perché Camelot è utilizzata strumentalmente solo per permettere al lettore di afferrare in un attimo il timbro della serie. L'obiettivo, piuttosto, sembra quello di mettere in piedi storie dotate di una certa immediatezza visiva a beneficio dei nuovi lettori, e nelle quali anche i fans di più lunga data possano ritrovare le versioni giovanili di personaggi sovrannaturali già noti.

Ecco quindi che nell'albo viene rivisitata la prima fusione fra il mortale Jason Blood e il Demone Etrigan, ma compaiono anche Madame Xanadu (già vista nelle ultime pagine di Resurrection Man, come recensito qui), Vandal Savage (visto spesso negli albi di Green Lantern e Batman) o lo stregone Mordu (una sorta di versione maligna del Dr Strange di "Marvel Comics").

Ho la vaga impressione di avere già visto questa scena...
E' in questa operazione di mitopoiesi retrospettiva che c'è spazio per reinventare pezzi dell'Universo DC, donando al titolo una autentica forza fantastica funzionante.

I disegni di Diogenes Neves sono fenomenali. Non colpiscono particolarmente a primo impatto, ma durante la lettura ci si accorge di quanto siano niente affatto banali ed efficacissimi per supportare il racconto, nonché di quale apprezzabile raffinatezza posseggano. Proprio perché non esuberanti, le matite non rubano la scena alla narrazione di Paul Cornell, e le stesse raffinatezze - con identica efficacia nel perseguire uguali intenti - le ritroviamo nella splendida colorazione di Marcelo Maiolo.

Nella scena di apertura, Camelot sta per soccombere. Per difendere il regno, Merlino ha imprigionato Etrigan, un demone dell'inferno da lui evocato. Ed è sempre Merlino a scegliere un suo giovane attendente, Jason Blood, come ospite mortale che porterà dentro di sé il Demone.

Bruce Banner Jason Blood... e Etrigan!
Il seguito dell'albo vede moltissimi personaggi, Jason compreso, mettersi in cammino alla ricerca di qualcosa (tipico meccanismo fantasy della quest). Il background e le motivazioni di ogni forza in gioco vengono abbozzati in modo didascalico e per ora poco chiaro, lasciando spazio a ogni possibilità di giocare in futuro sulla costruzione stratificata di qualsiasi genere di mitologia si desideri.

Fra i protagonisti della ricerca c'è anche un esercito agli ordini della regina consorte di Mordu, dalle motivazioni misteriose quanto probabilmente maligne. Quel che è certo è che nella taverna di Alba Sarum si giocherà il destino di un regno, ed è là che tutti i protagonisti convoglieranno. Lo scontro vedrà ovviamente Jason Blood costretto a mutarsi in Etrigan.

In conclusione: se il fantasy è un genere nelle vostre corde questo titolo è esattamente quello che fa per voi. Non vi deluderà in questo primo numero e ci sono tutte le premesse perché non lo faccia neanche nei numeri successivi.


venerdì 30 settembre 2011

Recensione: OMAC #1 (The New 52)

O.M.A.C. è una creazione anni '70 di Jack Kirby, personaggio riproposto oggi fra i titoli DC Comics nell'ambito del rilancio editoriale The New 52.  Ai testi di OMAC #1 c'è Dan DiDio, uno dei due direttori editoriali della DC Comics, coaduivato alle matite da Keith Giffen.

Il fumetto originale di Jack Kirby si concentrava (nell'intenzione originaria del suo autore) su una sorta di versione futuristica di Capitan America, un uomo che possiede una potenza di attacco pari a quella di un battaglione e che difende pace e libertà agli ordini di una Agenzia per la Pace Globale.

Si tratta di una delle creazioni minori di Kirby, che non ebbe fortuna e la cui serie del 1974 fu cancellata dopo soli 8 numeri, lasciando per altro incompleta la narrazione.

O.M.A.C. ha avuto altre apparizioni successive, il cui valore è più di revival nostalgico verso l'opera complessiva di Kirby che di appetibilità commerciale del prodotto.

Il vecchio OMAC
In un recente restyling, i poteri del personaggio sono stati attribuiti a esperimenti di nanotecnologia piuttosto che a trasformazioni computer-ormonali (indotte a comando dal segnale proveniente da un satellite in orbita). Il che è sostanzialmente la stessa cosa, a ben guardare, ma anche le parole possono fare la differenza fra un concetto che viene avvertito come moderno e uno che non comunica questa sensazione.

Però non è quest'ultima la versione di Omac che viene ora recuperata, preferendo tornare (ma non del tutto) alle origini. Per OMAC #1 si è scelto di emulare (omaggiare?) pari-pari il tratto di Kirby. L'idea in sé di questo approccio grafico mi lascia perplesso per tanti motivi, e a dirla tutta mi lascia perplesso anche il risultato. 

Il nuovo OMAC
Keith Giffen è un geniaccio con un talento certamente inventivo e versatile, lo ha dimostrato più volte. Ma è abbastanza lontano dallo stile di Kirby e difficilmente - lui come chiunque altro - può evocare nelle vignette la stessa possenza grafica del re dei comics.

Ogni operazione nostalgico-Kirbyana finisce per tradursi in un vuoto esercizio di stile che da Kirby trae solo una vaga somiglianza esteriore. Ne è un esempio Godland della Image Comics (qui le cover di questa serie), titolo interessante nelle premesse e discreto nei testi, ma pedante nella emulazione del tratto di Jack Kirby fino a produrre risultati (in my humble opinion) a dir poco terribili.

E c'è da aggiungere che per quanto vigoroso, immaginativo e immediatamente comunicativo, Kirby non faceva più breccia fra le generazioni più giovani già durante l'ultima parte della sua carriera. A che scopo inserire una proposta come OMAC in quella che dovrebbe essere una operazione di rilancio editoriale mirata proprio a imbarcare lettori che ai fumetti non si sono mai avvicinati prima?

Lord Mokkari
Ci ho pensato un po' e l'unica risposta che mi sono saputo dare è che, in caso di successo, DC Comics avrebbe l'occasione per riproporre a un pubblico nuovo l'ennesima ristampa della vasta produzione Kirbiana anni '70. Il che non fa mai male, per carità, ma la racconta lunga sulla profondità di analisi con cui il rilancio DC Comics è stato pensato (una roba del tipo se la DeLorean passa sotto il cavo elettrico proprio a 88 miglia orarie e proprio mentre il fulmine si abbatte sull'orologio di Hill Valley).

L'emulazione Kirbiana in OMAC #1 si spinge ben oltre che la semplice imitazione delle anatomie, delle pose corporali o del tratteggio. Anche la costruzione della tavola è molto Kirbyana (tavole da quattro vignette uguali disposte su due righe e due colonne) così come le inquadrature o l'uso ridondante di didascalie che descrivono l'azione già mostrata dal disegno, per rafforzarne pomposamente l'epica.

Dubbilex e i soldati senza volto
Fin qui sono stato abbastanza severo. L'albo è leggibile, ben disegnato, sceneggiato con ritmo discreto e, a suo modo, godibile, ma davvero non mi spiego come il pubblico odierno possa avvertire questa proposta come qualcosa di diverso da un semplice esperimento dal sapore di muffa, per altro basato su una creazione di Kirby che non ebbe il tempo di svilupparsi adeguatamente.

Veniamo allora alle (poche) differenze con la versione di Kirby: quando Buddy Blank si trasforma in Omac assume un aspetto mostruoso e iroso, invece che mantenerne uno umano. Quindi invece che un emulo futuristico di Capitan America abbiamo più qualcosa che ricalca lo stesso problematico dualismo di Hulk/Bruce Banner.

Un'altra differenza con la versione di Jack Kirby è l'inclusione di altri personaggi e ambienti creati sempre da Kirby, ma che originariamente nulla avevano a che fare con Omac: Lord Mokkari, Dubbilex, il progetto Cadmus. Per mettere al centro della scena queste figure certamente più suggestive di quanto non fosse l'Agenzia per la Pace Globale, Dan DiDio sceglie di relegare sullo sfondo i soldati senza volto dell'Agenzia, di fatto riducendoli al ruolo di semplici sgherri-macchietta e distruggendo la concezione originaria di Omac.

Azione Kirbyana
Non riesco sinceramente a capire questa ambiguità fra un recupero di Kirby che in alcuni aspetti è minuzioso e pedante fino a mettere a rischio l'appetibilità a lungo termine del titolo, e in altri si lancia liberamente in reinterpretazioni libere e distruttive dell'immaginario originale senza rimpiazzarlo con qualcosa di realmente interessante.

Conclusione? Albo divertente nel suo omaggio al Re, e anche piacevole nei disegni, ma è improbabile che riesca a agganciare a lungo molti lettori (vecchi o nuovi che siano). Forse inserirlo nell'operazione The New 52 non è stata l'idea più geniale del mondo.

Quando chiudi un albo e, chiedendoti se ti sia piaciuto, ti verrebbe da rispondere che la colorazione era davvero brillante, forse è perché proprio non sei riuscito a comprendere dove si volesse andare a parare. 

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa!


DC Comics Reboot: The New 52 - tutte le recensioni

giovedì 8 settembre 2011

Cosplay Quiz

Willie Lumpkin è il postino che consegna la posta presso il Baxter Bulding, quartier generale dei Fantastici Quattro, e compare fin dai primi numeri del fumetto dedicato al quartetto. La sua massima aspirazione è entrare nel supergruppo.

Non è stato inventato da Jack Kirby ma dallo stesso Stan Lee, che assieme al disegnatore Dan DeCarlo provò a farne il protagonista di una strip sindacata. Striscia che ebbe talmente successo da durare meno di un anno (1960).

Il personaggio fu poi riproposto l'anno successivo nell'albo Fantastic Four. La massima aspirazione di Willie Lumpkin è entrare a far parte dei Fantastici Quattro, e perciò ha provato più volte a proporsi a Reed Richards sfoggiando il suo incredibile superpotere: far sventolare le orecchie! 

Premesso questo veniamo al quiz: quali di questi cosplayer è vestito da Willie Lumpkin? (Aiutino: lo ha già interpretato nel film "Fantastic Four")


Clic per Ingrandire




martedì 6 settembre 2011

Tributo a Jack Kirby

Stan Lee: di questo grande fumettista si discute molto, direbbe Minzolingua. Forse troppo. Ma non è mai abbastanza quanto si discuta di Jack Kirby, questo è certo.

La questione di quanta e quale parte abbia avuto Stan Lee nella genesi creativa del Marvel Universe e quanta e quale parte abbia avuto Jack Kirby è annosa. Non ci proverò neanche a districarla qui.

Non servirebbe a nulla riferire la propria sensazione personale ed estrema secondo cui Stan Lee ha fornito al Marvel Universe un contributo creativo prossimo allo zero. Ecco, non sarebbe equilibrato dire una cosa così, quindi non la dirò (ops!).

Secondo la descrizione che lo stesso Kirby ha dato del modo in cui venivano prodotte le prime storie Marvel, il sorridente Lee sarebbe stato un coordinatore infaticabile in grado fiutare al volo i gusti del pubblico e suggerirli prontamente al suo staff - il cosiddetto Marvel Bullpen - ma al contempo non avrebbe mai messo nero su bianco le sceneggiature, per le quali si limitava a fornire solo una traccia orale, e forse mai neanche steso i dialoghi nei ballons finali.

Jack - The King - Kirby
Anche Stan Lee fornisce la sua versione dei fatti, che è esattamente opposta e che pare altrettanto in buona fede, quindi alla fin fine chi abbia ragione fra i due nessuno lo sa. Per puro amore verso l'arte di Jack Kirby sono incline a sentire più vere le sue parole, pur consapevole che è un giudizio squilibrato. Qualche dubbio di fondo mi resta sempre presente.

Poi mi capita casualmente di reimbattermi in una cosa come questa, che non rivedevo da una vita. Il cuore si riaccende e ogni dubbio svanisce.

Si tratta di una tavola doppia tratta dal numero #1 di Kamandi The Last Boy on Earth, serie che Jack Kirby scrisse e disegnò nei primi anni '70 in DC Comics. Qui Stan Lee non c'era, quindi è tutta opera di Kirby.

Tavola doppia da Kamandi #1 (1972) - Clic per espandere

Kamandi era una serie di fantascienza ispirata al film Il Pianeta delle Scimmie (1968). Invece di un futuro post-apocalittico con scimmie evolute e umani regrediti, in Kamandi lo scenario prevedeva molte specie diverse di mammiferi evolutesi fino all'intelligenza (ratti, tigri, gorilla, leoni, ecc.). Persino gli insetti avevano subito una mutazione verso il gigantismo.

Gli umani in Kamandi erano invece ugualmente ridotti allo stato bestiale, costretti semplicemente a soccombere durante la lotta fra le varie razze animali per il dominio sul pianeta.

Per avviare la narrazione della serie, come prima cosa Kirby fornì una mappa dello scenario. Proprio come oggi farebbe qualsiasi libro fantasy e come fanno anche non pochi libri di fantascienza.

Nella mappa, come potete vedere da voi, allo stato grezzo ci sono già un milione di storie da raccontare.

Kirby era davvero, come ha detto qualcuno, l'uomo che inventava un universo intero la mattina appena sveglio, prima di fare colazione. Due pagine di un albetto disegnato da Kirby uguale un milione di storie.



martedì 9 agosto 2011

Robert Crumb? Un pervertito sessuale reo confesso

Robert Crumb, il più influente autore di fumetti underground nel panorama statunitense, ha deciso di cancellare la sua partecipazione a Graphic 2011, festival artistico australiano che si svolgerà a Sidney il 20 e 21 agosto. Crumb era stato invitato quale ospite d'onore dagli organizzatori, ma si è sentito offeso da un articolo comparso sul quotidiano australiano The Telegraph.

Parlando di Graphics 2011, il quotidiano ha infatti definito Robert Crumb "un pervertito sessuale reo confesso".

Come autore di fumetti satirici e pur lavorando sempre esclusivamente fuori dai circuiti tradizionali dell'industria culturale dei comics, Robert Crumb ha avuto una influenza immensa e decennale su molti altri artisti, raccogliendo nella sua carriera onorificenze che si sono visti riconoscere solo autori del calibro di Jack Kirby, Will Eisner e pochi altri.

La diatriba sui presunti elementi razzisti o sessisti presenti nei suoi lavori però non è nuova, raccogliendo persino fra autori o critici di fumetti qualche sporadica voce incline a etichettare negativamente le sue opere in virtù di tali aspetti.

Non sono qui per fare l'educato
Fenomeno che è in qualche modo la conferma del valore che ha l'approccio culturale, oltre che artistico, dell'opera complessiva di Robert Crumb. L'autore non si è mai preoccupato di stemperare gli aspetti più grotteschi, triviali e irriverenti deliberatamente al centro delle sue scelte stilistiche e narrative, riuscendo così a costruire un proprio linguaggio capace di usare efficacemente tutti gli strumenti della satira per esprimere il proprio personalissimo discorso sociale.




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