Sfogliando le pagine di Green Arrow #1 salta subito agli occhi quanto lo stile grafico sia pesantemente demodè. Dan Jurgens è bravino. Ai tempi della Morte di Superman (ingloriosamente defunto a suon di banali cazzotti per mano di Doomsday) il suo tratto era tutto sommato piacevole. E lo è ancora, sia chiaro, ma decisamente non è più in linea con i tempi.
Siamo lontani dalla qualità artistica media delle produzioni attuali e lontani anche dagli stili di linguaggio grafico odierni. Perché mettere Dan Jurgens su una testata che dovrebbe servire da rilancio per Green Arrow e più in generale per tutto il mondo DC Comics? Perché concepire quest'albo come una macchina del tempo che catapulta il lettore in pieni anni '80/'90?
Lasciamo un attimo in sospeso la questione per cercare la risposta altrove. Esaminiamo il restyling concettuale operato sul personaggio. Ecco, per la verità di restyling concettuale sul personaggio non ne viene fatto molto. Non si aggiunge nulla di nuovo ma si sottrae tutto! Tutto quello che prima funzionava.
Oliver Queen (alias, Green Arrow) viene ringiovanito ed è così automaticamente privato di un passato doloroso che gli assicurava una certa profondità. Ora è meno spigoloso, ma anche meno idealista. Si badi bene: è meno idealista, non più idealista come ci si aspetterebbe a causa del ringiovanimento. Perché ora sono gli ormoni a muoverlo e non una etica interna profonda, maturata in anni di vita vissuta.
In diretta da Smallville |
Scelte di caratterizzazione e estetiche che fanno inorridire i vecchi fan. Ma i vecchi fan (anzi, i vecchi e basta) seguono forse Smallville in TV con vivo trasporto?
Il tentativo del reboot è (in questo caso) dichiaratamente quello di agganciare generazioni nuove, per le quali la TV sarà il portale di accesso verso i fumetti. Anche a costo di buttare via un personaggio che sembrava glorioso ma che a ben guardare può essere cancellato via in un attimo.
Tutte quelle menate sul ricco capitalista che dentro di sé cova un sincero anticapitalismo e una genuina compassione per quel popolo di cui si fa paladino, oggi non le capirebbe più nessuno. Il genere cappa e spada è morto e sepolto esattamente come lo sono il genere picaresco o il western, e Robin Hood non fa più parte dell'immaginario collettivo. E' zavorra allo stato puro ed è inutile provare a revitalizzarlo.
E ancora: impossibile non notare che la storia non si svolge nella fittizzia Star City (tradizionale scenario per le imprese dell'arciere) ma a Seattle. Cioè nella città in cui era ambientata la reinterpretazione del personaggio dataci da Mike Greel. Questo significa che si vuole recuperare qualcosa da Greel?
No. Significa solo che per immergere in un contesto più moderno i personaggi, DC Comics prende coscienza del fatto che Central City, Metropolis, Star City (eccetera) sono un freno. Città fasulle che non potranno mai essere avvertite con lo stesso realismo di New York e simili.
Perché non vi candidate |
tutti per un Reality Show? |
Mi sono fatto un giro nel web a caccia di recensioni amatoriali su blog d'oltreoceano. E' incredibile quanti pareri ingenui ma apertamente entusiasti su Green Arrow #1 è possibile trovare fra i più giovani.
Quest'albo vi farà gridare vendetta ma commercialmente sembra andare nella direzione giusta per riuscire a raccogliere nuovi lettori. Stile grafico-narrativo lineare, appiattito, pastellato, asettico, rassicurante, predigerito. Già assimilato dalle masse esattamente come l'immondizia che passa in TV.
Nessun commento:
Posta un commento