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domenica 18 settembre 2011

Recensione: Green Arrow #1 (The New 52)

Immondizia! E ciò detto la recensione potrebbe finire qui, perché è veramente mortificante parlare di quest'albo. Ma c'è almeno una domanda che vale la pena porsi: perchè un rilancio di Green Arrow di tale insignificante portata?

Sfogliando le pagine di Green Arrow #1 salta subito agli occhi quanto lo stile grafico sia pesantemente demodè. Dan Jurgens è bravino. Ai tempi della Morte di Superman (ingloriosamente defunto a suon di banali cazzotti per mano di Doomsday) il suo tratto era tutto sommato piacevole. E lo è ancora, sia chiaro, ma decisamente non è più in linea con i tempi.

Siamo lontani dalla qualità artistica media delle produzioni attuali e lontani anche dagli stili di linguaggio grafico odierni. Perché mettere Dan Jurgens su una testata che dovrebbe servire da rilancio per Green Arrow e più in generale per tutto il mondo DC Comics? Perché concepire quest'albo come una macchina del tempo che catapulta il lettore in pieni anni '80/'90?

Lasciamo un attimo in sospeso la questione per cercare la risposta altrove. Esaminiamo il restyling concettuale operato sul personaggio. Ecco, per la verità di restyling concettuale sul personaggio non ne viene fatto molto. Non si aggiunge nulla di nuovo ma si sottrae tutto! Tutto quello che prima funzionava.

Oliver Queen (alias, Green Arrow) viene ringiovanito ed è così automaticamente privato di un passato doloroso che gli assicurava una certa profondità. Ora è meno spigoloso, ma anche meno idealista. Si badi bene: è meno idealista, non più idealista come ci si aspetterebbe a causa del ringiovanimento. Perché ora sono gli ormoni a muoverlo e non una etica interna profonda, maturata in anni di vita vissuta.

In diretta da Smallville
Sul piano del look la missione del restyling è ancora più semplice: fotocopiare il Green Arrow che compare nel telefilm Smallville. Via baffi e pizzetto, aspetto giovane da fighetto, arco e frecce sostituite da un marchingegno che pare essere costruito con gli avanzi del mecano.

Scelte di caratterizzazione e estetiche che fanno inorridire i vecchi fan. Ma i vecchi fan (anzi, i vecchi e basta) seguono forse Smallville in TV con vivo trasporto?

Il tentativo del reboot è (in questo caso) dichiaratamente quello di agganciare generazioni nuove, per le quali la TV sarà il portale di accesso verso i fumetti. Anche a costo di buttare via un personaggio che sembrava glorioso ma che a ben guardare può essere cancellato via in un attimo.

Tutte quelle menate sul ricco capitalista che dentro di sé cova un sincero anticapitalismo e una genuina compassione per quel popolo di cui si fa paladino, oggi non le capirebbe più nessuno. Il genere cappa e spada è morto e sepolto esattamente come lo sono il genere picaresco o il western, e Robin Hood non fa più parte dell'immaginario collettivo. E' zavorra allo stato puro ed è inutile provare a revitalizzarlo.

E ancora: impossibile non notare che la storia non si svolge nella fittizzia Star City (tradizionale scenario per le imprese dell'arciere) ma a Seattle. Cioè nella città in cui era ambientata la reinterpretazione del personaggio dataci da Mike Greel. Questo significa che si vuole recuperare qualcosa da Greel?

No. Significa solo che per immergere in un contesto più moderno i personaggi, DC Comics prende coscienza del fatto che Central City, Metropolis, Star City (eccetera) sono un freno. Città fasulle che non potranno mai essere avvertite con lo stesso realismo di New York e simili.

Perché non vi candidate
tutti per un Reality Show?
Il rispetto della tradizione però ha un suo valore anche commerciale, per cui nessuno osa toccare le città di Superman o Batman. Ma di Green Arrow si è osato buttar via molto altro, per cui via anche Star City dato che c'è anche l'alibi fornito da un ottimo autore che l'ha già dismessa in passato.

Mi sono fatto un giro nel web a caccia di recensioni amatoriali su blog d'oltreoceano. E' incredibile quanti pareri ingenui ma apertamente entusiasti su Green Arrow #1 è possibile trovare fra i più giovani.

Quest'albo vi farà gridare vendetta ma commercialmente sembra andare nella direzione giusta per riuscire a raccogliere nuovi lettori. Stile grafico-narrativo lineare, appiattito, pastellato, asettico, rassicurante, predigerito. Già assimilato dalle masse esattamente come l'immondizia che passa in TV.


martedì 13 settembre 2011

Recensione: Justice League International #1 (The New 52)

Justice League International #1: gran mal di testa.

Storicamente la Justice League (of America) è sempre stata una cosa a stelle e strisce. Per il pubblico cui si rivolgeva e per i valori che promuoveva. Non che fosse un fumetto apertamente o ottusamente patriottico, ma almeno formalmente lo statuto del supergruppo prevedeva la difesa degli interessi statunitensi.

Questo fino al 1987, anno in cui si pensò che valeva la pena provare a suscitare lo stesso coinvolgimento emotivo nel pubblico di altri paesi.

Parallelamente ala Justice League of America nacque una seconda testata, Justice League International, con formazione e missione meno americanofile. Serie che partì molto bene con i testi di Keith Giffen e J. M. DeMatteis, coadiuvati dai disegni incredibilmente espressivi di Kevin Maguire. 

Giffen e DeMatteis adottarono un registro umoristico quasi inedito: ogni canovacio tipico del fumetto supereroistico veniva allegramente sbeffeggiato, satireggiato, decostruito a suon di pernacchie, per poi essere incredibilmente rimesso in piedi intatto come e più di prima giusto in tempo per chiudere l'albo e consegnare ai lettori trame leggibilissime anche sul piano puramente avventuroso.

Motivo per cui Justice League International è stato oggetto di numerose analisi critiche che hanno rintracciato parallelismi persino con Watchmen, in quanto in entrambi i fumetti - pur con intenti diversissimi - viene disintegrata per sempre ogni ingenuità della tradizione supereroistica.

Dopo un inizio così è sempre stato impensabile abbandonare la Justice League International nel dimenticatoio, anche quando - fra alti e bassi qualitativi e varie ripartenze editoriali - il gruppo non è mai più riuscito a tornare ai picchi di godibilità dei suoi momenti iniziali. Ed ecco quindi che troviamo Justice League International come una delle cinquantadue proposte di questo reboot del parco testate DC Comics.

Premesso questo, vediamo che cosa abbiamo qui ora: la tomba definitiva della Justice League International, temo. Ma cercherò di non essere troppo pessimista elencando comunque qualche elemento che mi dà motivo di dubitare sulla opportunità del ripescaggio.

Primo dubbio: in Justice League #1 si fa qualche accenno alla nascente formazione della Justice League International ? No, per nulla. Abbiamo due formazioni parallele e gemellate ma per ora è come non si conoscessero (o meglio, in JLI si accenna vagamente all'esistenza di JL, ma non viceversa).

Questo accade perché la creazione della JLI è spostata di qualche mese avanti rispetto a quella della JL, ma gli albi delle due formazioni esordiscono assieme. Non molto utile per creare una nuova mitopoiesi editoriale e non solo una accozzaglia di serie slegate fra loro.

Secondo dubbio: da chi viene fondata la Justice League International? Dalle Nazioni Unite, che a tal scopo mandano in giro loro rappresentanti (cinesi, britannici e russi - molto credibile come selezione di rappresentanti, no?) a reclutare superuomini da tutto il mondo.

Terzo Dubbio: qual'è la missione della Justice League International? Ci vengono fornite delle verbose spiegazioni per illustrarcela dettagliatamente. Se sopravvivete alla lettura senza prendervi tre caffè, fatemi un piacere: scrivetemi e spiegatemele, perché io ci ho capito poco.

Quarto dubbio: chi viene reclutato? A parte Batman, nomi assolutamente di secondo piano.

La vecchia Justice League International di Giffen/DeMatteis
Quinto dubbio: chi è a capo della Justice League International? Booster Gold. Bè sì ovvio! Booooooster Goooold? Ma chi? Quel buffone che viene dal venticinquesimo secolo? Già lui! Perché è praticamente l'unico personaggio che lo sceneggiatore dell'albo, Dan Jurgens, conosca bene avendo creato lui stesso il personaggio.

Potrei continuare con l'elenco delle improbabilità infinite ma quest'ultimo dubbio ci porta dritti al difetto principale di questo numero d'esordio: troppa carne al fuoco.

C'è da illustrare il reclutamento dei personaggi, illustrare la missione del gruppo, fare riferimento alla Justice League come fosse una realtà già affermata (mentre editorialmente sta esordendo in contemporanea), illustrare i tanti/troppi personaggi che alla fin fine vengono comunque lasciati appena abbozzati sullo sfondo (si spera solo per mancanza di tempo), illustrare le interazioni fra i personaggi, illustrare il ruolo di Booster Gold come leader del gruppo... uff!

Justice League International #1 è una (non) trama da cento pagine zippata in una ventina. Dialoghi fitti fitti, figure piccole piccole, focus che non resta su un personaggio per più di due-tre vignette. Tanta caciara, tanta noia e non un pizzico di umorismo, o almeno non volontario.

Per quel che riguarda la parte grafica, Aaron Lopresti alle matite e Matt Ryan alle chine fanno un buon lavoro. Però il registro leggero di questa serie non è il terreno ideale perche Lopresti dia il massimo (ha mostrato di saper fare grandi cose su serie più dark).

Conclusione su Justice League International #1? Ribadisco: gran mal di testa.


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